Distribuzione degli Albertin

La prima oggettiva questione nasce da questa immagine (fonte cognomix.it) sulla distribuzione degli Albertin in Italia. La mappa deve essere, a mio parere, depurata dalla presenza di famiglie Albertin in città come Bolzano causata dall’emigrazione indotta dal regime fascista nel periodo 1933-35, mentre importanti e documentati flussi migratori verso Milano e Torino sono tipici del boom industriale degli anni 50 del secolo scorso.

Al netto degli emigranti risulta chiaro che il cognome Albertin è, ancor oggi fortemente localizzato nella bassa padovana, e spiccatamente nei comuni di Monselice, Baone ed Este, da dove, evidentemente, trae le sue origini.

Il secondo motivo che mi spinge ad imbastire una teoria sulle nostre origini è che, contrariamente a quanto riportato da alcuni manuali di onomastica, il cognome Albertin non sia nato da un diminutivo (piccolo Alberto) ma da qualcos'altro.

Bassa padovana in epoca romana

In epoca romana il Ravennate aveva un suo importante terminale commerciale nella città di Adria. Adria, a sua volta, doveva la sua fortuna alla via Annia che, aggirando l'intera laguna veneta, si collegava alla via Postumia nei pressi di Concordia Saggitaria .

La via Annia, nel suo percorso verso nord descriveva un ampio arco verso occidente fino a lambire i colli Euganei in prossimità di Monselice, l'antica Mons Silicis famosa per le sue cave.

Un’altra importante via era la “Aemilia minor” che da Bologna passava per Este, seguiva il limite sud dei colli Euganei, e passando per Monselice terminava a Padova.

Queste strade romane, pur non essendo consolari selciate, erano pur sempre direttrici importanti, e per qualche secolo, garantirono sicurezza e sviluppo alle zone che attraversavano.

Arrivano i Longobardi

Le cose cambiarono rapidamente quando nel 568 i Longobardi di re Alboino, provenendo dalla Pannonia (attuale pianura ungherese), invasero la pianura padana procedendo velocemente verso Milano per poi piegare verso sud dove si impadronirono di Lucca e Pavia.

Lo storico Paolo Diacono descrive quei fatti precisando che Padova e Mantova furono risparmiate mentre Monselice, nell’autunno del 569, resistette agli attacchi di Alboino grazie alla presenza di guarnigioni bizantine incaricate di difendere il confine settentrionale del territorio di Ravenna.

Al questo punto Monselice e il suo circondario cessano di essere terre di transito commerciale e diventano presìdi di frontiera, i Bizantini approntano opere di fortificazione nella speranza di contenere le mire espansionistiche Longobarde nei confronti di Ravenna e la linea difensiva Cremona - Mantova - Monselice - Padova sembrò tenere, almeno per i successivi 20 anni.

Agilulfo

Nel 590 Teodolinda regina dei Longobardi sposa Agilulfo che, anche per legittimare il suo ruolo, decide di lanciare una nuova offensiva militare; verso sud si giunge a minacciare Roma e poi, a partire dal 601, conquista tutti i capisaldi difensivi di Ravenna: Padova, Este, Abano, Monselice ed infine Cremona e Mantova.

Rafforzato dalle vittorie militari, Agilulfo però, decide di non proseguire nei combattimenti ed accettare la tregua proposta da Ravenna.

A questo punto i Longobardi si assestano sulle posizioni raggiunte ed è’ proprio qui che per gli Albertin la cosa si fa interessante.

Roberto Vilandro nel suo libro Mons silicis scrive: “Dopo il 603, con la definitiva conquista di Agilulfo, la linea fortificata sorretta nella Bassa dall'Adige ... diventò insperato strumento protettivo per il territorio longobardo e dilatata macchina offensiva nei riguardi di Ravenna.

Ciò spiegherebbe, sempre secondo C.G. Mor, il trattamento di favore riservato dai longobardi a Monselice, mantenuta in piena efficienza, rispetto a Cremona, semidistrutta, o alla stessa Padova, in rovina ...”.

Albertinus

A partire dal 603 d.C. Monselice diventa quindi cardine della difesa Longobarda e Agilulfo invia in questa zona una nutrita “fara”.

La fara longobarda è un’aggregazione di famiglie compatte, generalmente consanguinee, con attitudini militari di occupazione e difesa ma anche con vocazione al presidio del territorio attraverso attività agricole e commerciali.

Dal 603 quindi la linea di confine tra regno Longobardo ed esarcato di Ravenna segue il tracciato della via Aemilia minor nel tratto Este - Monselice - Padova.

In quei secoli di scorribande barbare, i popoli di lingua latina usavano genericamente definire gli invasori con il termine “albertinus” per assonanza al nome germanico Adelpertus, Alipertus e Alpertus molto diffusi tra i Longobardi e successivamente tra i Franchi.

E’ logico pensare che una nutrita presenza di famiglie di origine germanica alle pendici meridionali dei Colli Euganei abbia indotto le popolazioni locali a definirli genericamente “albertinus” che verosimilmente potrebbe essere la radice del cognome Albertin.

Mi piace pensare anche che Baone, comune che oggi conta la più elevata densità di Albertin d’Italia, fosse la località ideale per lo stanziamento della fara Longobarda: posizionata in una zona scarsamente popolata rispetto alle fertili pianure circostanti, facilmente difendibile ed equidistante dalla via Aemilia e dai centri di Este e Monselice capisaldi del presidio.

Alberto da Baone

Nei tre secoli successivi non successe più nulla di significativo al confine dei colli Euganei. I Longobardi imposero le loro leggi e l'integrazione proseguì senza traumi anche grazie alla progressiva conversione dei nuovi abitanti al cristianesimo. La gestione del territorio diventò prettamente feudale ed Este divene fulcro dei possedimenti terrieri della zona.

Le poche fonti disponibili non ci dicono quale sorte toccò alle famiglie longobarde della zona ma è plausibile che, alle soglie dell'Alto medio evo, il nome Alberto e i suoi derivati continuassero ad essere molto diffusi. Ecco ad esempio che nel 1165 Alberto da Baone, "di nobile schiatta e di Nazione Longobarda" lascia traccia di se partecipando alla sollevazione popolare di Padova nei confronti del "Barbarossa", decide di importare nuove varietà di vino per le sue terre e finisce, nel 1183, con l'ipotecare il castello di Baone a favore di Obizio marchese d'Este.

Liber iurium

In epoca medievale si diffonde l'uso della registrazione pubblica di atti commerciali e amministrativi e questo impone a ciascuno dei registranti il possesso un “nome” che lo identifichi in modo certo.

È in questo periodo che nomi, soprannomi e, appellativi si trasformano nei cognomi che oggi conosciamo.

Monselice ha la fortuna di aver visto preservato nei secoli il suo "Liber iurium" degli atti pubblici registrati tra il XII e il XIV secolo. Da questa fonte risultano registrati, solo nel territorio di Monselice, oltre 50 atti pubblici sottoscritti da cittadini identificati come Albertinus e una cospicua quantità di altre scritture riferite a cognomi derivati.

Ricerche documentali

Ho iniziato a cercare informazioni online da scettico ma con il passare del tempo ho dovuto ricredermi e, integrando ricerche d'archivio e fonti online, sono arrivato ad individuare Marco che dovrebbe essere nato agli inizi del 1700.
Questa è quota del mio albero genealogico (ramo Albertin) ricostruito su myheritage.com.
Molte interessanti informazioni sui nostri antenati sono reperibili gratuitamente su familysearch.org e su antenati.cultura.gov.it.

Silvio ragazzo del 99

Matricola n. 24490
Nato il 23 nov 1899
Statura 1,61 Torace 0,78
Chiamato alle armi 7 nov 1917
22° Regg.to Fanteria “Cremona”
Congedato il 21 feb 1921

“Jero picenin, prima i me ga riformà, ma pi tardi so vegnù bon”

"Mentre con le reclute salivo al Grappa per la prima volta, incontrammo un soldato con una fasciatura lercia da cui si intendeva gli mancasse quasi interamente una mano. Scendeva di buon passo verso Bassano, era molto allegro e ci prese in giro dicendo che per lui la guerra era finita.
I sottufficiali che ci accompagnavano dissero di non badare a quel tale perché “non aveva tutte le rotelle a posto” e che per noi erano pronti dei ripari sicuri.

Quando giungemmo sulla linea del fronte (primi giorni di luglio del 1918) ci dissero che noi eravamo li per rimpiazzare i ragazzi del 3° battaglione che era stato annientato dai lanciafiamme austriaci in Val Cesilla."

Se il nonno Silvio non fosse sopravvissuto a quella terribile esperienza io non sarei qui a scriverti.
Mi piace pensare che la mia curiosità per gli antenati mi venga da questa consapevolezza.